Magalhães di Lav Diaz
Magellano è morto in provincia di Cebu City
di Edoardo Mariani
Ancor prima che arrivassero i Bianchi, la mitologia amerindia disponeva di schemi ideologici in cui la posizione degli invasori sembrava essere profondamente segnata: due pezzi d’umanità, generati dalla stessa creazione, si ricongiungevano nel bene e nel male1.

Parigi è ancora quella città in cui l’andare in sala somiglia ad un richiamo, si segue un percorso fino a ritrovarsi seduti al buio una domenica mattina alle 10. L’altro ieri, camminando, o come insegna C. Baudelaire, “flanando”, intravedo la locandina a colori di Magellan tra le colonne in stile neo-egizia del tempio del cinema di Boulevard Magenta, Le Louxor. Quando uscì la lista dei film selezionati allo scorso festival di Cannes ci aveva fatto sobbalzare, e rivedendo ora quell’affiche, ho risentito quel sentimento di stupore, e stranamente mi rendo conto che di questo nuovo film di Lav Diaz non si è parlato molto. Con la solita paura di non riavere più la possibilità di vederlo in sala, compro il biglietto, mi siedo tra le file del balconcino della Sala 1, ferma ai primi anni ‘20. Un fiume appare, siamo in Filippine, e tutto è a colori: “La promessa dei nostri antenati è arrivata!!! Ho visto un uomo bianco!”
La nebbia e l’acqua nella foresta tropicale, la videocamera si muove al ritmo di una barchetta che avanza lenta verso il mistero del futuro del mondo, ieri come oggi, a colori o in bianco e nero. Piove, piove anche sull’obiettivo, lo sporco è anche qui, in questo remoto inizio di film, ambientato in un lontano 1500.
Il film avanza per quadri (interamente girato con due Panasonic GH7, e l’aiuto illuminato alla fotografia e al montaggio di Artur Tort, storico collaboratore di Albert Serra, qui in veste di produttore) di anime morte e natura viva. Casette di canne e foglie di palma e corpi dissanguati. Una serie di Bosch ma senza vita, dopo l’apocalisse. Ancora in armatura, i pochi ma violenti esploratori del nuovo mondo sono ubriachi e il loro capo spedizione e viceré del Portogallo declama:
“Quando l’Islam cadrà il cristianesimo sarà eterno…Il Re Manuel dice sempre che se conquistiamo lo stretto di Malacca fermiamo il commercio dei mussulmani e così tagliamo la forza a El Cairo e La Mecca.”
Magellan racconta fedelmente i dieci anni che passano dal passaggio di Magellano a Malacca, dove compra il suo fedele schiavo Enrique, e dove comincia a sognare un percorso inedito per compiere il giro intorno al globo. Come in tutti i film di Lav Diaz, in modo torrenziale e purificatore, arriva il temporale. La pioggia atavica cade come musica, come sinfonia di vita sulle acque lontane di Mactan, nelle Filippine pre-coloniali, dove le inquadrature possono durare tutto il tempo che vogliono, come atto di indipendenza, come atto di cinema rivoluzionario.
Ronnie Lazaro (Primo Macabantay in When the Waves Are Gone e Hilarion Zabala in Phantosmia2) e Hazel Orencio (attrice nella maggior parte delle opere di Lav Diaz di cui è spesso anche assistente alla regia) e altri collaboratori storici di Diaz si mescolano ad un cast ricercato, a partire dall’attore principale, Gael García Bernal. Nella fissità del cinema lento di Lav Diaz, questa mistura riesce a provocare uno strano effetto di straniamento verso la figura storica di Ferdinando Magellano, della quale si conoscono le vicende grazie al reportage di Antonio Pigafetta pubblicato nella Relazione del primo viaggio intorno al mondo. Questo testo è preso qui come opera letteraria di riferimento per una serie di momenti topici che legano la figura del violento esploratore portoghese e la storia dei primi sbarchi di coloni spagnoli nell’arcipelago delle Filippine. Il rigore con le quali vengono declamate le battute, con una musicalità che contrasta fortemente le lingue latine, portatrici di morte e cristianesimo, e il cebuano, lingua diffusa nel sud delle Filippine, qui testo mitologico e voce degli dei ancestrali. Come ricordava anche Daniela Turco, ≪è curioso notare come molti di questi elementi, come la poesia, la natura e l’uso sistematico di inquadrature lunghe, siano comuni anche al cinema di Straub/Huillet, ma assumano nei film di Lav Diaz un’inclinazione radicalmente diversa≫3.
In ogni continente Magellano è uccello del malaugurio e portatore di morte e l’Oceano, l’infinito mare, è un luogo purgatorio, di vita prima della morte, dove svariati tramonti turneriani sono sfondo di avide ambizioni di superiorità a bordo della flotta delle cinque Caracche che partirono dall’Andalusia. A bordo delle navi spagnole guidate da Magellano c’è la morte come fatto cristiano: in molti sono giustiziati, su decisione del capitano, e i non colpevoli sono destinati a soffrire pene e malattie infettive. Come un Caronte tra i continenti sa perfettamente che a breve si intravedrà la terra.
Tra i nativi delle isole del sud delle non ancora Filippine, si sente forte la paura dell’arrivo di un nuovo ordine mondiale. Dalle stesse acque che accolgono da sempre i loro morti, ora sbarcano gli uomini bianchi, che pongono fine al paradiso dei popoli dell’isola di Mactan portando medicine e statuette miracolose raffiguranti “Gesù el niño”. Le palme diventano crocifissi, le processioni e le preghiere corsi di spagnolo e le figure votive legna da ardere. In un giorno svaniscono millenni.
Lav Diaz fa appello a due grandi leggende della cultura delle Filippine: l’uccello vampiro WakWak e il capo tribù Lapu Lapu, che anche sul testo di Pigafetta viene descritto come colui che uccise Magellano, ma che nel film viene raccontato come personaggio epico. Danzando sui cadaveri dei colonizzatori, il popolo più debole non riavrà mai quella libertà di dare un nome al mistero, ma nessuno potrà mai togliergli il cielo e la terra, le lune e il sole. Come davanti alla corruzione (topos centrale nella filmografia di Diaz), anche qui Lav, nel suo romanticismo ruvido e manierista, grida speranza verso un ritorno alle origini in attesa della nascente alba purificatrice che illumini l’inferno.

- Claude Lévi-Strauss nell’esergo dell’importantissimo testo La caduta del cielo, Davi Kopenawa, Bruce Albert, Nottetempo, 2018. ↩︎
- https://www.filmcriticarivista.it/venezia-81-conversazione-con-lav-diaz/ ↩︎
- https://www.filmcriticarivista.it/from-what-is-before-di-lav-diaz/ ↩︎
