Pesaro 61: Venti anticoloniali
“Non c’erano bianchi prima, ora stanno dappertutto. E filmano ogni cosa”[1]
di Edoardo Mariani
Dunque l’invenzione del cinema ha reso tangibile l’esistenza degli Spettri, con i quali ormai l’umanità si trova necessariamente a dover fare i conti. Ci sono i vivi, ci sono i morti, e ci sono i fantasmi cinematografici, che anticipano comunque, in quanto loro illusori sostituti, anche la scomparsa dei vivi e assieme assicurano la sopravvivenza della loro memoria, registrandoli nel grande Archivio degli Assenti.
Alessandro Cappabianca, La parata dei fantasmi
CAPPA PER SEMPRE OMBRA ROSSA TRA LE PAGINE ANCORA DA SCRIVERE!!!
Tutti i film del concorso della 61ª Mostra del nuovo cinema di Pesaro (sempre più da distinguere dalle iniziative del Pesaro Film Festival) erano legati quest’anno da un’essenza molto delicata per la sperimentazione materica e, come da regolamento, si distinguevano per forma e durata.
Il Festival resta puro e cresce, come un cugino di secondo grado che ogni anno rivediamo per la stessa riunione di famiglia e ogni anno ci prende alla sprovvista regalandoci dei racconti improbabili quanto interessanti e degni della più grande attenzione generale dei presenti.
L’organizzazione del Festival di Pesaro ha lasciato spazio alla formazione spontanea di eventi in omaggio a Adriano Aprà ai quali, io, Scognamiglio e Allegrezza abbiamo avuto la fortuna di partecipare attivamente con una nostra lunga intervista ad Adriano, che durante le giornate pesaresi riempiva il piano sotterraneo dello Spazio Bianco, allestito insieme alla fantasiosa e rigorosa guida di Mauro Santini, in collaborazione con Roberto Turigliatto e “Fuori Orario” (il film è andato in onda durante la notte del 22 giugno 2025 e oggi è disponibile su Rai Play[2]). Durante queste giornate “fuorinorma” è stato assegnato a Bernard Eisenschitz il Premio Adriano Aprà (il primo amico critico francese di Adriano).
Due film visti a Pesaro hanno attirato la mia attenzione, e soprattutto mi permettono di dire anche qualche parola in relazione alla situazione palestinese: NON C’È PACE SENZA LA DECOLONIZZAZIONE. La situazione in quel territorio era grave, negli anni poi è andata peggiorando. Oggi possiamo restare immobili, e vedere quanto ci siamo abituati alle immagini di questo genocidio, come aveva ben previsto JLG insieme a Anne-Marie Mièville in Ici et Ailleurs. All’inizio di Level Five di Chris Marker, una volta entrati nell’immagine, il primo piano di un avatar digitale si sovrappone in dissolvenza a grattacieli illuminati nella notte e una voce femminile, di una donna che poi conosceremo come Laura, comincia: «Tutto questo potrebbe essere altro che i giocattoli di un Dio folle che ci ha creati per ricostruirglieli ?»[3].

Tornando al Nuovo Cinema. Selezionati anche dalla sezione Forum della scorsa Berlinale, i due film, proiettati in duo durante una delle prime giornate di concorso della 61ª Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, rilasciavano una grande forza ancestrale prendendo come fondamenta i racconti degli sconfitti e mostrando quel poco che resta delle rovine naturali lasciate dal passaggio della guerra (Underground) e della colonizzazione (Cartas do absurdo).
Kaori Oda in questo senso esplora, come terzo lavoro sulle profondità e sul sotterraneo, il nefasto momento della fine della Seconda Guerra Mondiale, riconosciuto (come nel Level Five di Marker[4]) e raccontato attraverso l’episodio della Battaglia di Okinawa. Ci abbandoniamo alle grotte dove si nascosero centinaia di persone durante lo sbarco dei soldati americani in territorio giapponese. Il film torna e ritorna su questo ricordo traumatico, tra le storie e i racconti di coloro che hanno subito, le vittime, che non potranno mai liberarsi dal male del mondo che li ha colpiti. In Underground Okinawa è una grotta dove nascondersi per morire, luogo che nasconde un antico sapere tra le ossa dei caduti e rimasto coperto dalle polveri. In superficie abita una giovane donna, è sola, a casa, cucina e poi esce. Non ha mai una destinazione certa, vagando finisce sempre per scendere in quelle grotte buie alla ricerca della memoria perduta. Saltuariamente la sua presenza svanisce nel buio, come per prendere parte a quella famiglia di fantasmi, e appare mistica la figura di una guida turistica archeologica che narra le storie dei morti definendole come le “esperienze del buio”. Il cinema ha insito nella sua forma “il nero”, una schermata neutra, vuota, di indefinibile durata temporale e spaziale, unico spazio dove prendere appunti tra un’immagine ed un altra. Dal buio, in Underground, siamo in una sala di proiezione. Un proiezionista sta montando una pellicola. La ragazza è seduta sola tra le poltrone. Ridiamo insieme luce alla Storia e alle sue interminabili ingiustizie e disgrazie. Restiamo immobili e in silenzio nel nostro buio interiore, sempre nella speranza che dopo il nero non cada una bomba sopra le nostre inermi anime.

Proiettato nello stesso pomeriggio nel Cinema Teatro Sperimentale di Pesaro, c’è anche Cartas do absurdo di Gabraz Sanna, un film rieducativo e militante, anticolonialista e illuminante. Cercando di raccontare una visione della realtà diversa attraverso il mezzo formale-industriale del cinema, il cinema indigeno riesce a smaterializzare il mondo, renderlo energia e memoria, riscoprendo la forza primordiale di un’arte nascosta tra i meccanismi della macchina moderna dell’industria cinematografica odierna. Cinema nativo come continuazione del sapere precoloniale tramandato, non più oralmente, ma audiovisivamente. Cartas do absurdo rappresenta la continuazione tecnologica dei diari e delle lettere scritte dai figli dei nativi che impararono a leggere e a scrivere per poter dialogare con i coloni, con i bianchi. Questo film fa parte di una pulsante ma sottile corrente cinematografica, che ancora in pochi definiscono “cinema indigeno”, parentesi etnografica dall’interno, non cinema di ricerca, ma ricerca di un nuovo metodo per raccontare leggende e esperienze extracorporee che compongono la vita nel mondo. Questo cinema riesce a rendere esperienziale la mistura magica dell’immagine, del suono e del senso al suo interno, permettendo allo spettatore di comprendere concetti sacri come la trasmigrazione e il culto degli antenati. Le anime degli autori sono come tamburi che battono attorno ad un fuoco acceso nel bosco, sono occhi di cavallette e nascondigli divini che riportano questi saperi in totale libertà espressiva e di linguaggio. Durante il film ascoltiamo la fine del mondo (interamente in lingua Tupi) leggendo quattro lettere provenienti da racconti indigeni dei genocidi e degli stermini attuati dai Bandeirantes, gli esploratori coloniali portoghesi che riducevano anno dopo anno le tribù. L’immagine: un lento avvicinamento al porto di una nave cargo è anche un lento allontanamento dagli alberi della foresta che immanenti contrastano l’avanzamento della distruzione colonialista.
Ancora una grande nave minacciosa che attracca sulle sponde del Rio delle Amazzoni, originariamente fiume sacro divenuto autostrada commerciale per il trasporto di prodotti e merci estirpate dalla terra. Ancora storie di innocenti uccisi a causa di progetti criminali.
È forte il Cinema, quando sa di essere politica e, consapevole di questa sua autorità, si fa manifesto della memoria e urla al mondo: BASTA! ABBIATE IL CORAGGIO DI DIRE BASTA! NON LASCIAMOLI MORIRE! NON LASCIAMOCI MORIRE!

[1] Cartas do absurdo, Gabraz Sanna, 2025
[2]https://www.raiplay.it/video/2025/06/Io-credo-nellinconoscibile-481dc740-cf6f-43be-91b9-ff2c7b9e33af.html?wt_mc=2.www.cpy.raiplay_vid_Iocredonellinconoscibile.
[3] William Gibson, Neuromante, Mondadori, Milano 2003, p. 51
[4] https://www.filmcriticarivista.it/chris-marker-cento-anni-dei-diari-dellimmemoria/
