Noi. Oltre le illusioni
di Francesco Scognamiglio
“Sulla Terra lentamente torna la luce e riprende a diffondere il calore. Tutti sono presi dalla commozione perché si liberano dall’oscurità…”[1]
Il sistema tarriano danza tra luce e ombre, tra le sventure e i favori del fato.
Nel secolo scorso è stata annunciata l’apocalisse.
Mentre questo buio avanza sopra di noi una radio continua a mandare un segnale sonoro. Grandi saloni e dispositivi diversi sono connessi all’unica stazione rimasta.
Da quando sono connesso non mi sento più solo in questa stanza.
Inspirazioni.
Gli occhi semichiusi contraddistinguono i fedeli della musica. Il suono distende il pensiero, lo isola da altri stimoli.
Espirazioni.
I fedeli si focalizzano sul veleno da espellere. La loro immaginazione scorre verso oceani lontani di benessere.
Ho visto tanti giovani meditare in alcune chiese di Roma. Durante il mese di novembre uno spazio no-profit chiamato Villa Lontana ha organizzato dei concerti di musica contemporanea per organo.
Il progetto, intitolato Organum Multiplum e suddiviso in 3 capitoli, si è svolto in diverse suggestive sedi: la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, la basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio, la chiesa di San Luigi dei Francesi e Nostra Signora del Santissimo Sacramento.
Grazie a queste ambientazioni, le sonorità di artiste e artisti come Kali Malone, Maxime Denuc e Jonathan Fitoussi hanno trovato nel pubblico una risonanza profonda, risvegliando un’attrazione già insita soprattutto nelle nuove generazioni verso l’astrazione e un’esigenza di spiritualità.
La loro musica sperimentale, fatta di strutture ripetitive, ambient, lente stratificazioni e micro-variazioni, agisce come un varco e invita all’abbandono. Il corpo dell’ascoltatore si accascia così sul marmo vivo delle chiese. L’impressione è quella di violare. Il risultato è quello di volare.
L’aria pesante delle cattedrali ci ricorda della distanza che intercorre tra noi e la gravità, infine, ci butta giù. Questa forza si è fatta sentire in particolare durante la performance di Maxime Denuc a San Luigi dei Francesi, in cui l’organo era in alto e dall’alto del cielo sembrava scendere la musica.
Si ricordano così le interferenze angeliche del cinema di Godard, Bresson, Tarkovskij, le vibrazioni delle sfere celesti.
Le onde sonore, come quelle cerebrali, attraversano il corpo del fedele, mentre questi tenta di dimenticarlo per trascenderlo.
Nella casa del Signore la gente si guarda intorno, gente comune raccolta per caso sotto queste volte dorate, e la gravità ci mette al tappeto, la testa che pesa, le gambe che cedono. Tanto spazio sui pavimenti in marmo delle chiese finalmente è stato a servizio della spiritualità.
Finalmente l’ambient è spiritualità e il musicista è un sacerdote. L’interesse principale che ne scaturisce è la connessione che si genera tra i fedeli.
C’è un mantra che risuona in un deserto lontano. Questo mantra è distrazione, è sollievo, ma allo stesso tempo contiene tutto il dolore dell’oblio.
In Sirāt di Óliver Laxe il mantra è un sound systhem nel deserto: un cuore di techno che pulsa sotto il sole. Il film comincia con il rituale collettivo, un grande rave tra le dune del sud del Marocco, dove un uomo cerca sua figlia in compagnia di suo figlio mentre si fanno strada tra i corpi degli estranei danzanti. La festa viene interrotta dall’arrivo dei militari che smantellano tutto l’accampamento. Nella confusione, due camion con a bordo un’unica famiglia di raver si danno alla fuga, infilandosi in un sentiero sterrato. Anche Luis ed Esteban, rispettivamente padre e figlio, li seguono con la loro macchina: è l’unico modo che hanno per raggiungere il prossimo rave e trovare la piccola Mar.
Da qui inizia il viaggio verso l’inferno. Il film è infatti una metafora del Sirāt, il ponte della tradizione islamica che collega paradiso a inferno. Il deserto diventa così un tragitto di morte. Nella sequenza finale del treno, a bordo del quale compaiono anche alcuni migranti, si riflette la stessa via impervia che molti sono costretti a percorrere nella realtà: un cammino segnato dalla fatica, dall’attesa e dall’incertezza, nella speranza ostinata di un futuro possibile.
Tutto questo viene accompagnato da una critica cinica all’occidente: all’inevitabile esigenza delle sempre più nuove generazioni nel cercare il non pensiero, nel lasciarsi andare tra i movimenti delle danze e all’abbandono nella musica, una pausa dal senso di responsabilità che finisce forse per coincidere con una forma di fede nella nuova religione del sound system.
In una scena alla Mad Max vediamo le mani di una donna del gruppo dei raver invitare quelle di Luis a sentire le vibrazioni della cassa in riparazione. Saranno le stesse vibrazioni più tardi a far ballare l’uomo affinché scacci via il tormento che si è generato da ciò che ha perso.
L’improvvisa morte del figlio per un incidente sul percorso attanaglia il cuore del padre e del racconto. La tecno terrosa del compositore Kangding Ray avvolge anche il momento di disperazione più alto rendendo la morte del bambino un rito di passaggio necessario nel corso del cammino.
Dopo la notte buia il sofferente Luis si sveglia immerso in una possibile nuova famiglia.
Uno dei concetti cardine della cultura rave è proprio la reinterpretazione delle dinamiche familiari, intese non più in senso biologico o tradizionale ma come una comunità che si costruisce nel tempo, in continuo divenire: un nucleo di persone solidali, legate da una scelta reciproca e orientate al sostegno, alla cura e alla condivisione. Si attende nonostante tutto l’arrivo del secondo rave per poter abbandonare nuovamente il mondo materiale e liberarci da queste sofferenze terrene. Ma una morte ne causa altre: una reazione a catena, scritta, come vengono ultimamente scritti molti film contemporanei di grosso calibro commerciale (Parasite, Triangle of Sadness, Povere Creature…). Il trauma è troppo grande e nel film arrivano gli stilemi del survival e del kitsch.
Sirat affronta numerosi temi senza mai assumersi fino in fondo il rischio di portarli a compimento in un vero processo di identificazione. Allontanandosi tanto dalla dimensione del sacro quanto da quella della terapia familiare, la metafora del cammino, solo implicitamente dichiarata nel finale, appare come parte di una confezione elaborata. Una costruzione che sembra trovare senso in un’idea di mondo in via di estinzione, mostrandone i pochi elementi residui, deprivati di ogni forza d’approfondimento.Si instaura la consapevolezza che una festa all’inferno dove siamo giunti non ci sarà mai. E in questo inferno in cui siamo finiti molti già ci sono finiti da tempo. E quindi questa nuova religione che cos’è se non è praticabile per tutti. L’occidente nuovamente si sente in colpa e si guarda le mani, guarda il muro e si guarda le mani. La nuova generazione non si sente ascoltata né adeguatamente rappresentata e cerca di capire come ottenere soluzioni pratiche.
Lo mostra anche il film di Andrea Segre Noi e la grande ambizione, realizzato a partire dai dibattiti successivi alle proiezioni nelle sale italiane di La grande ambizione. Attraverso il confronto sulla figura di Berlinguer e il contemporaneo, il film diventa occasione di riflessione sul contemporaneo.
Oggi, nelle nostre comuni attenzioni “…c’è il chiedersi come reinterpretare ciò che non c’è più. È vero che i partiti non hanno più quella funzione ma è vero che se perdiamo un rapporto di controllo democratico della rappresentanza è un guaio per tutti noi e questo lo sappiamo, allora come si fa a reinterpretare con la funzione nel mondo di oggi? Credo che esista questa domanda forte nella vostra generazione” dice il regista del film in un dibattito con gli studenti seduti sulle scale dell’università la Sapienza.
In varie situazioni di gruppo, assemblee e laboratori, vediamo studenti, artisti e persone comuni parlare dello scarto che c’è tra il pensiero politico dei cittadini di oggi e i politici che li rappresentano al governo. Eppure la politica è ovunque e pervade ogni aspetto delle relazioni sociali.
Vogliamo un cambiamento di rotta verso il rispetto delle culture delle razze e del diritto internazionale.
E la nuova politica a cui ambiamo è proprio una politica di scambio di opinioni e pensieri, un confronto continuo che crei gruppi di azione e circolazione di ideali.
La famiglia allargata potrebbe abbracciarci tutti. Sembriamo tristi ma ci sentiamo meno soli se ci ascoltiamo sulla stessa frequenza. E in quel caso ci sveglieremo insieme nonostante i dolori accumulati, come per un padre la mostruosa e traumatica morte del bambino in Sirat. Costruiremo le nostre regole continuandoci a guardare attorno, curiosi, ricordandoci del primo sguardo in cui ci siamo ritrovati insieme alle manifestazioni.
La nuova fede non è la musica dissociativa, sono le nuove connessioni di empatia tra corpi e menti. La nuova fede è la riconnessione che una volta completata ci porterà alla vittoria.

[1] Da Le armonie di Werckmeister, Bela Tarr, 2000
