Magia di un’amorosa connessione. Fellini/Pinocchio
di Vittorio Giacci
Il primo libro che ho letto è Pinocchio. Un libro che ho letto e riletto, e che continuo a leggere perché oltre alla magia della sua prosa è un libro che nel tempo è diventato come un oracolo…
lo apri e risponde a ogni tuo dubbio.
Federico Fellini
Parte da lontano il rapporto tra Fellini e Pinocchio, dal mondo magico e fatato dell’infanzia che è anche quello dove si formano carattere e personalità, nascono fantasia e immaginazione, e si scontrano sogno e realtà, piacere e dovere, libertà e responsabilità. Il “Corriere dei Piccoli”, Il circo di Chaplin, Dickens, Pinocchio (…) Questi sono stati i miei angeli custodi, le fonti delle mie ispirazioni” – confessa Fellini citando opere e autori tutti appartenenti alla prima età omettendo curiosamente un autore come Giovanni Pascoli, ugualmente determinante per comprendere la sua poetica in cui, accanto all’anima del “burattino” collodiano, alberga anche quella del “fanciullino” pascoliano, in virtù della quale devono “restare all’artista margini di purezza e di candore che devono sopravvivere nell’uomo adulto” e le cui caratteristiche sono: “il restare piccolo anche quando ingrossiamo e arrugginiamo la voce ed egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanella”; “il piangere e ridere senza un perché di cose che sfuggono ai nostri sensi ed alla nostra ragione”; “il guardare tutte le cose con stupore e meraviglia”; “il non cogliere i rapporti logici di causa ed effetto ma intuirli”; ed “il riempire ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi trasformandolo in simbolo”. La poetica collodiano-fantasiosa di Federico Fellini, il suo rifiuto di crescere per non perdere il diritto all’immaginazione, coincide con l’idea del Puer aeternus di James Hillman, il quale associa questo stato psichico, che in letteratura riguarda numerose figure archetipico-simboliche, da Peter Pan a Pollicino, dal Piccolo Principe a Harry Potter e, naturalmente, a Pinocchio, alla gioia e ad una predisposizione fiabesca della coscienza che ha un effetto formativo in quanto, distinguendo nettamente tra Bene e Male, eroe positivo ed eroe negativo, chiarisce ciò che nella realtà è invece molto spesso indistinto e confuso (“risponde a ogni tuo dubbio” dice Fellini del Pinocchio) ma anche terapeutico poiché “Il Puer” osserva Hillman “ispira lo sbocciare delle cose, c’è bisogno dei doni del Puer”.


Si genera così una contrapposizione tra Puer e Senex, tra l’eternamente giovane, il sognatore, l’immaginario, l’ispirato, l’inventivo, il curioso, il capriccioso, l’infatuato, il ragazzo che vive in una dimensione esclusivamente estetica ed avventurosa, che sguscia fuori dal tempo nelle sue proteste, eterno divenire che non si realizza mai in essere, che esprime in pieno il senso di onnipotenza infantile, la mancanza di sviluppo e di senso della realtà, il genio creativo della giovinezza, il tempo ludico di una esistenza tutta “verticale”, il perenne atteggiamento euforicamente adolescenziale di una vita “provvisoria”, e colui che al contrario rappresenta l’ordine, la saggezza, la Storia, la maturità, l’esperienza, il tempo, la razionalità, il definitivo, il Maestro, il Re, in una parola il Padre. “L’eterno fanciullo non sopporta” afferma ancora Hillman “la tortuosità, il tempo e la pazienza, non conosce le stagioni o l’attesa, (…) sembra ‘fissato’ in uno stato a-temporale. Ignaro del passare degli anni, non in sintonia con il tempo, il suo vagabondare è quello dello spirito, senza attaccamenti, e non un’odissea di esperienze. Il Puer vaga (…) senza lo scopo di tornare a casa, (…) nessuna moglie lo attende, non ha figli ad Itaca, (…) non è destinato a camminare ma a volare”. È il “mondo incantato” di cui parla anche Bruno Bettelheim, una prospettiva finzionale dove regna il linguaggio della fantasia che è lo stesso di quello del bambino ed in cui Fellini, fanciullo e mago, burattino e burattinaio, si trova perfettamente a suo agio. Di queste referenze, in particolare di quella pascoliana, ne parlammo insieme, una volta, e lui la ammise senza difficoltà, sorridendo, con l’atteggiamento di un bimbo colto con le dita nella marmellata, sornionamente compiaciuto di quell’ascendenza gradita ma da condividere soltanto “sottovoce”, poiché all’epoca (siamo alla fine degli anni Ottanta) considerata tematicamente troppo sentimentale e stilisticamente troppo decadente e crepuscolare Fellini riconosceva invece, apertamente e senza riserve, che la lettura di Jung, soprattutto di Ricordi, sogni, riflessioni (ma non è già questo un titolo che puntualizza le coordinate espressive del suo cinema?) era stata per lui fondamentale al pari di quella di Pinocchio. E a Jung sicuramente rimanda il suo fascino per le figure del diverso, del marginale, del vagabondo, del ritardato che però chiama “giudizio”, e dello stravagante popolo del circo, tramiti fondamentali per una comprensione del mistero, del nascosto, del primigenio. Nel suo bellissimo film, Che strano chiamarsi Federico, Ettore Scola evidenzia l’aspetto che lega, in parallelo, bugia infantile, circo e Pinocchio, e già ne La famiglia, nel narrare l’episodio del protagonista bambino che ruba i soldi dal portafoglio del medico per cui questi non può pagare il biglietto del tram, fa dire, tra l’ilarità dei presenti, che è stato “arrestato da due carabinieri, come Pinocchio”. In questo suo ultimo lavoro Scola ricorda, sia nelle parole del commentatore che nei fotogrammi finali, l’idea di un film, purtroppo non realizzato, su Pinocchio, nata durante le riprese de La voce della luna, da girare con i medesimi protagonisti, Roberto Benigni (che dodici anni dopo ne avrebbe concepito uno suo anche come regista e poi ancora avrebbe interpretato Geppetto nella recente versione di Matteo Garrone) e Paolo Villaggio nei panni dell’Omino di Burro e del domatore del Circo Equestre, “personaggi esplicitamente collodiani” quanto implicitamente “collodiano” era stato il suo Casanova, come conferma Fellini medesimo nel dipingere quel personaggio: “Un burattino che guarda il mondo con occhi di pietra. (…) Intorno a lui non succede niente, tutto ciò che si vede nel film è ciò che Casanova vede all’interno dei suoi occhi impietriti, dentro, non fuori. Per questo ho fatto l’impossibile perché solo Casanova avesse una sua lignea individualità. (…) Insomma, Casanova è Pinocchio, ma un Pinocchio che non diventa mai uomo”. “Fellini – conferma Gianfranco Angelucci, suo amico e stretto collaboratore – amava coerentemente abitare, come Pinocchio, in una dimensione parallela a quella di tutti gli altri”. Come lo stesso Angelucci racconta, Fellini non accettò la laurea honoris causa dell’Università di Bologna, rispondendo al Magnifico Rettore che “era lusingato ma anche imbarazzato, perché a entrare nell’Aula Magna tra le riverenze dei professori si sarebbe sentito come Pinocchio tra due carabinieri”. Altrettanto aveva fatto con l’Università di Urbino ma, al di là delle lauree e dei riconoscimenti “era fatale – prosegue Angelucci – che dopo tanto amare platonico, il burattino di Collodi comparisse di persona in un film di Fellini, anzi proprio nell’ultimo, La voce della luna“. Si torna così nel “tempo curvo” e nello spazio circolare in cui si esprime il suo cinema, al circo e al suo manipolato ricordo: “Il circo di Pierino, probabilmente piccolissimo, a me parve immenso, un’astronave, una mongolfiera – rievoca, o immagina?, il regista – qualcosa con cui avrei viaggiato. Quando fu l’ora dello spettacolo ed esplosero attorno a me, che stavo sulle ginocchia di mio padre, le trombe, le luci, gli applausi, i rulli di tamburo, i lazzi gridati dei clown, la loro ciabattante buffonesca stracciona ilare irrazionalità. Mi sembrò confusamente di essere atteso, che mi aspettassero. Mi parve che mi riconoscessero, come i burattini di Mangiafuoco quando dal palcoscenico vedono in fondo al tendone Pinocchio e lo salutano come uno di loro, chiamandolo per nome, abbracciandolo e ballando insieme tutta la notte”. Per Fellini la creatura di Collodi è qualcosa che va oltre, che entra nella sua stessa autobiografia d’autore, in quanto “burattinaio” dei suoi personaggi, che anima e fa vivere a proprio piacere, come nel suo disegno per Ginger e Fred, dove si raffigura come un burattinaio/demiurgo che tiene tra le mani i fili dei suoi interpreti “Un film che avrei voluto fare è Pinocchio – rivela infatti. Mi sarebbe piaciuto interpretare la parte di Geppetto. Vedo una relazione fra Geppetto, che dal legno ricava Pinocchio, ed io che da qualcosa ricavo un film. Ad ogni scheggia di legno che saltava via, Pinocchio diventava sempre più incontrollabile. È così che io mi sento quando dirigo un film e il film comincia a dirigere me… A me viene da identificarmi con Pinocchio che non voleva essere una marionetta ma solo un vero ragazzo. lo sono uscito da lui… lui è uscito da me”. In questo continuo, permanente e ininterrotto entrare-uscire dal personaggio è possibile leggere in filigrana tutta la sua opera poiché il personaggio uscito dalla penna di Collodi e dalle mani di mastro Geppetto costituisce una compenetrazione totale, completa, assoluta, nella esperienza artistica dell’incantatore Fellini, e bene ha fatto Scola a sottolinearla.
E che tale riferimento potesse essere ancor più manifesto lo si ricava dalla stesura dell’epilogo in sceneggiatura: “Un carosello di frammenti dei film di Fellini che lo hanno consegnato all’immortalità. Sempre più veloce e turbinante, un impasto di flash, lampi, dettagli, inquadrature, volti, sorrisi… dall’Opera Omnia del Sommo Bugiardo, che ha detto più di tutti la verità, proprio come Pinocchio”. È sicuramente questo l’omaggio più bello ( il più apprezzato anche lassù, nel cielo degli artisti dove Federico certamente dimora) che si potesse fare. Quando si fa incontrare una marionetta con un fanciullo in grado di capirne la personalità e di condividerne i desideri, scoppiano scintille e sono fuochi d’artificio poiché, in un universo di fiaba che diventa più vero del vero, ci si può tranquillamente perdere in un Paese dei Balocchi e si può liberamente conversare con fate e grilli parlanti; sognare di volare senza ali e senza paura di cadere, alla ricerca dell’ispirazione; viaggiare, senza macchine del tempo, a ridosso delle inquietanti incognite di una remota antichità dissolta in un alito di vento, o tra i caldi ricordi di un passato prossimo, nella reinvenzione del Piacere, dell’Essere e del Rappresentare.

