Disclosure Day di Steven Spielberg
Incontrare, ravvicinare, divulgare il Cinema.
di Vittorio Giacci
Mi sono sempre dedicato alla nostra comunità di cinefili.
S. Spielberg
Già dal suo primo lungometraggio per la tv Duel (1971) che si liberava imperiosamente dai codici della committenza televisiva per imporsi come film d’autore, l’opera di Steven Spielberg si attua essenzialmente da un’idea di Cinema/Cinema auto-diretto e autoriflessivo che trova nelle sue stesse radici le proprie premesse di vita, come laboratorio meta-linguistico dove sperimentare un progetto di innovazione risolto non tanto nella cancellazione del cinema pre-esistente quanto nella rispettosa re-interpretazione del cinema dei Padri, allo stesso modo in cui Truffaut, a differenza di Godard e non a caso scelto come propria icona di scienza e coscienza in Incontri ravvicinati del terzo tipo, aveva fatto in ambito Nouvelle Vague.
La propensione costante attraversa la sua intera filmografia è infatti la ricerca sistematica di una convergenza immersiva nella memoria stessa di quest’Arte, in quanto, impronta, risorsa e sintesi del passato, per un cinema del futuro.
Da Ford a Hitchcock, da Fleming a Capra, da Walsh a Wise, le sue opere sono delle “care ombre” (così chiamava René Clair i film) che replicano, riverberano, rispecchiano il dialogo globale; apprendimento maieutico; con quanto sia stato concepito, elaborato, realizzato, in forma di immagine in movimento, da percepire come bene comune; apparato critico; sorgente ispirativa a disposizione di chi voglia porsi come agente di comunicazione filmica.
Dalla semplice evocazione di scene, sequenze, atmosfere, che si inseguono nei suoi film, come, ad es., in 1941 Allarme a Hollywood, dove il regista ripercorre in chiave ironica la sequenza iniziale de Losqualo; o di altri autori, come in Ready Player One che riproduce l’ambiente dell’albergo di Shining.
Fino al remake implicito di Always. Per sempre (da Joe il pilota, V. Fleming, 1943) a quelli espliciti diWest Side Story (J. Robbins e R.Wise, 1961) e La guerra dei mondi (B. Haskin, 1953).
Se ogni cineasta dispone di un personale metodo espressivo, quello di Spielberg consiste, con ogni evidenza, non nel fare film per narrare delle storie bensì di narrare storie per fare del Cinema.
E’ il caso, in particolare, di Disclosure Day, vera e propria summa di citazioni, allusioni, modalità diegetiche di una Storia del Cinema che egli considera essere un ineliminabile e indimenticabile archivio di esperienze, modelli, soluzioni da cui fruttuosamente attingere segreti e tesori, come da un Arca che non deve andare in alcun modo perduta.
Così come avveniva nella sequenza del sogno di La donna che visse due volte in cui il plot era adattato, trasformato dalle necessità espressive del Maestro per diventare il miglior rivelatore della sua idea di linguaggio, poiché a ogni inquadratura corrispondevano altrettanti dispositivi sintattici, dalla dissolvenza al simbolo; dalla esibizione del set; alla esternazione della finzione; dal generale al particolare e al primo piano; dall’effetto di illusione al trasparente: dalla soggettiva al carrello. (cfr. V. Giacci, Vertigo, Ilsogno Il cinema, in “Filmcritica”, n 300, novembre-dicembre 1979)
In Disclosure Day, in cui il regista ritorna a dare risposta affermativa alla domanda sulla quale l’uomo si è interrogato dal primo giorno della sua venuta sul pianeta: “Siamo soli nell’Universo?” focalizzandosi sul momento della rivelazione all’opinione pubblica dell’esistenza di creature aliene, da parte dei due protagonisti, una giornalista specializzata in previsioni metereologiche e un esperto di sicurezza informatica, accomunati per essere stati rapiti da bambini da una astronave dei “grigi”, che scoprono al mondo intero una verità nascosta per decenni dalla Wardex Corporation, un’agenzia segreta che coopera col governo statunitense, per timore delle conseguenze e del panico che essa avrebbe scatenato nell’umanità. Spielberg non omette di soffermarsi sulle diverse implicazioni di tale epocale scoperta, ma la incastona diegeticamente in stringenti e contrapposte diarchie narrative: Terra/Cosmo; Alieno/Umano; Scienza/Fede; Materia/Spirito; dissertazione sociologica/speculazione filosofica; Conoscenza/Ignoto; Ragione/Empatia; Verità/Responsabilità.
La loro rappresentazione però si inscrive in un patrimonio visuale più ampio che fa dislocare la vicenda da docu-fiction a formulazione meta-testuale dove sono le regole estetiche, le strutture formali, le fattispecie stilistiche a sovrapporsi agli accadimenti, alle relazioni inter-personali, ai colpi di scena, agli inseguimenti, a dettarne il ritmo, a fornirne il senso, in una significanza perfettamente intessuta nella concezione che ha Deleuze dell’Immagine come relazione primaria di Tempo e Movimento.
E’ uno sguardo paradigmatico al succedersi agli eventi, ad assumerli in percezione di un oltre meta-linguistico, di un altro Reale che proviene da un trascorso di Finzione, di un “pensiero che muove” dal passato di cinema dove gli incontri con gli extraterrestri sono quelli di E.T; i misteri e i turbamenti sono quelli di Fableman e gli inseguimenti quelli di Sugarland Express, a fertile ante-fatto per un cinema a venire.
Forse impossibile senza gli umanistici antecedenti di Ultimatum alla Terra (R. Wise, 1951), 2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, 1968), Star Trek the movie (R.Wise, 1978), Stargate(R.Emmerich,1994), Contact (R. Zemeckis, 1997) e, come
in Vertigo, il Sogno non rivelava la vicenda ma svelava il Cinema, così in Disclosure Day, che mostra la verità di abitanti di altre galassie nella rappresentazione visiva, nella visione, arrestandosi alla soglia della comunicazione verbale, della parola (“ascoltate”). La vera Rivelazione allora è proprio il Cinema, che possiede la forza immaginifica di raffigurare le più riposte emozioni e svelare le più celate verità, compreso l’indicibile.

