Marty Supreme di Josh Safdie
“Asshole supreme” liberi dalla schiavitù
di Francesco Scognamiglio
Marty Mauser è il topolino che cerca di uscire dalla gabbia.
Nell’angolo di uno stadio c’è finita una pallina di pingpong. L’ex campione in carica la recupera per rimontare la partita contro il giapponese Endo, ma quest’ultimo si aggiudica la vittoria. Fuori dal recinto sportivo delle finali del campionato di questo particolare, apparentemente piccolo, sport ci sono i vampiri e il loro indiscutibilmente grande teatro delle ombre. Rispetto i Mauser perché non seguono le regole. E non seguendo le regole non seguono neanche quelle dei vampiri.
Quest’anno vediamo i due fratelli Safdie divisi nella regia di due diverse opere, Benny: The Smashing Machine e Josh: Marty Supreme, accomunate però da un racconto sportivo ossessivo e anticlimatico.
Ma fin dagli esordi, i protagonisti dei loro film hanno una singolare capacità osmotica nei confronti delle dinamiche che il sistema presenta loro e che loro, di riflesso, assorbono utilizzandole a proprio vantaggio. Questo li rende creature della metropoli imprevedibili e imprendibili. La realtà che vivono e l’autodeterminazione che possiedono verso i loro obiettivi dispiega infiniti orizzonti cinematografici in cui li vediamo sfidare il destino alla ricerca della vittoria.
Howard Ratner in Diamanti Grezzi così come Marty di Marty Supreme, o Connie Nikas di Good Times ma anche Larry di Go Get Some Rosemary del lontano 2009, hanno due nature necessarie all’ossessione che serve per poter uscire dalle gabbie, dualismo inoltre corrispondente al vortice sensazionale in cui i film stessi vengono costruiti.
I Mauser sono sempre più potenti nella cronologia della filmografia dei due autori. Sono però anche degli sfigati, sempre più ridicoli, il più delle volte squattrinati: inetti tardo-kafkiani mossi da compulsioni antisistematiche, implacabili, non sanno perdere. Come palle ad aria compressa urtano gli ordini precostituiti fino alle loro rotture.
Nella testa di Marty Mauser non c’è altro che il suo focus: la sua natura non concepisce pensieri intrusivi che possano distrarlo. A discapito dei loro lasciti morali, la loro corsa tra le strade di New York segna nuovi confini, inimmaginabili percorsi narrativi e politici che accolgono una dissacrazione antiamericana. “I see a man that’s a winner, but also a looser” commenta Josh Safdie in collegamento online con il cinema in piazza del “Piccolo America” a Trastevere a proposito del personaggio di Adam Sandler prima della proiezione di Diamanti Grezzi.
“Every charisma can be failed” continua Josh: In perenne bilico tra la sconfitta e la vittoria, Howard non conosce resa, il suo cervello è attivo unicamente per trovare soluzioni al suo obiettivo e alla catena di problemi che si sta portando appresso. La sfacciataggine lo tiene su in sfide sempre più complesse.
E questo imbuto in cui tutto sembra convergere e da cui sembra nascere anche una risoluzione finale è quello che connette i vari universi dei Safdie e che prende spunto da altrettante storie americane, e da personaggi performativi, cinematografici e non.
Gli Stati Uniti d’America sono pieni di “asshole supreme” che per muovere l’ingranaggio fanno puntate che non si potrebbero permettere sacrificando tutto quello che non è loro di diritto.
A partire da The Wolf of Wall Street, negli ultimi anni molte produzioni cinematografiche raccontano il gioco d’azzardo del sistema capitalistico, mettendolo a nudo, ridicolizzandolo ma ritrovandosi molto spesso anche ahimè ad eroicizzare questo spirito anfetaminico che possiede. Lo stress e la rapidità del lavoro dei broker e il fascino folle dell’alta imprenditoria trova un corrispettivo anche nell’immaginario, molte volte veritiero, dell’industria del cinema. Per esempio, nella serie tv The Studio, diretta da Seth Rogen e Evan Goldberg il coinvolgimento del cinema e le sfide imposte dal suo sistema sono in primo piano, certo in chiave ironica.
Allontanandosi dall’alienazione a contrasto di Chantal Akerman, Jim Jarmush e del Cosmopolis di Cronemberg, la fascinazione di città come New York e Los Angeles risiede nella caratterizzazione di personaggi completamente fagocitati dai ritmi compulsivi, al punto che ne diventano i più emblematici rappresentanti. La presenza di una continua verbalità arricchita è inoltre la testimonianza di un onnipresente sistema sociale di cui sono portatori e in fin dei conti vittime ipertestuali: La grande scommessa, Birdman, Whiplash, The Post, Mank, Shiva Baby, ma anche gli ultimi Spiderman.
In Marty Supreme questi concetti trovano maggior esaltazione e consapevolezza: la dinamicità sembra insita nella struttura del film. Sparsi nel continuum narrativo gli input di tensione convergono in fulcri altamente carichi di pressione. La musica, principale guida della schizofrenia contenutistica, incalza in accelerazioni estreme per poi implodere in alternati ictus immaginifici. Ecco che le decompressioni ci fanno perdere il respiro per poi preparare il terreno alle successive fasi di iperventilazione. Come il breve e dolce racconto del socio di Marty, Kletzki, che ai tempi dell’internamento nel campo di concentramento si cospargeva di nascosto del miele di api per poi sfamare i compagni di cella.
O come la caduta dalla finestra di un palazzo delle palline rosse firmate Marty Supreme durante un litigio ancora e sempre firmato Marty Supreme.
Rachel, l’amante incinta del protagonista, qualche scena prima pigiava proprio le dita su una di quelle palline, forse per indurci all’ictus o all’implosione. Queste implosioni contengono sempre un qualcosa di magico che rende l’apparato cinematografico di questi due autori leggero, comico e fantastico.
Sempre più compressa negli ultimi film, anche la gentilezza trova il suo posto nello spettro comportamentale dei loro personaggi. L’infantilismo apre al gioco e il gioco apre al confronto.
Lenny, padre divorziato e stronzo, intima ai due figli di disturbare il senzatetto seduto fuori da un minimarket. È una delle prime scene di Go Get Some Rosemary, ma stanno scherzando: Lenny lo rivela facendo una verticale da cui gli cadono dalle tasche tante monete.

La gravità, forza verticale, è un ennesimo elemento chiave che cerca di abbattere gli sfigati “asshole”. Memorabile in tal senso: The Back of Her Head, cortometraggio del 2007, in cui tutte le dinamiche avvengono sull’asse verticale della facciata di un palazzo di periferia. Il protagonista è interessato all’inquilina del piano di sotto, le ammira la nuca, fa fatica a parlarle. Vuole salvarla dal compagno violento ma a farlo sarà invece un altro vicino di casa che sbadatamente getta un divano dalla sua finestra, colpendolo.
E questo essere maldestri, insieme a, spesso spasmodico e violento bisogno di essere amati e rispettati a cui sembrano condannati soprattutto i primi personaggi dei film dei Safdie, va tuttavia pian piano a scemare a favore di una sempre più solida autoaffermazione e preparazione alle lotte che forse contraddistinguono anche quelle sempre più accese dei due fratelli tra New York e Hollywood, nell’industria del cinema.
Sulle rampe delle scale vediamo Mauser salire e scendere per scappare dalla polizia. Ha appena rubato i soldi allo zio, si rifugia nel negozio di Rachel, è la prima volta che la vediamo con il pancione. Intanto Marty chiama l’amico Wally per dargli un appuntamento. Ecco che lo vediamo fuggire nuovamente e poi in un albergo si rompe il pavimento del bagno e Marty finisce al piano di sotto ferendo Albert Ferrara, gangster misterioso, che proprio in quel momento stava lavando il suo cane. Con il braccio ferito supplica Marty di portare il suo amato cane dal veterinario in cambio di un po’ di soldi. A Marty servono per raggiungere il campionato del mondo in Giappone. Ecco che sta cercando di moltiplicarli imbrogliando dei ragazzi in un bowling di provincia. Esplode una pompa di benzina, il cane scappa. Ancora polizia. Abel Ferrara rapisce Rachel perché rivuole il cane che nel frattempo si trova in una fattoria dell’America Great Again e nel mentre arriva la notizia dall’amante che il figlio è di Marty. E poi nel turbine di questi eventi c’è anche la presenza di Key Stone (la magnifica Gwyneth Paltrow), una nota attrice teatrale, moglie del vampiro della Rockwell inc., che affascinata dalla prepotenza di Marty lo frequenta e una sera gli regala una collana che però finisce nelle mani corrotte del poliziotto che li ha scoperti mentre consumano un rapporto sessuale al Central Park.
Ricorda il club degli avventurieri di Natale, la massoneria post Ku Klux Klan di Una battaglia dopo l’altra, quando Marty si ritrova al cospetto dei vampiri, nel loro covo. La Rockwell inc. gli ha appena proposto uno show ridicolo in Giappone prima del campionato mondiale, in cambio avrà alcune sculacciate.
Costretto ad accettare, si ritrova nuovamente al centro della gabbia. Davanti a sé ha Endo, ma la partita è truccata: è stata concordata la vittoria del giapponese. Ma il pensatore libero vuole solo rispettare la sua vanagloriosa ambizione dando sfogo della sua predestinazione ad essere il vincitore non ufficiale della sua storia. Sotto uno squallido tendone da circo Marty Mauser si fionda a terra commosso. È appena uscito da tutte le gabbie. Può riposarsi perché non ha più motivo per combattere alcuna guerra.
Il carattere dei Mauser irrompe nella passività di visione del cinema e nella passività dei “digital addicted”. I due “brothers” sognano sempre più forte un personaggio cinematografico che irrompa nelle nostre vite per svegliarci dal torpore di cui stiamo diventando schiavi.

