Nouvelle Vague di Richard Linklater
Un art au présent
di Michele Moccia
«Ogni realtà è una tendenza, se si conviene di chiamare tendenza un mutamento di direzione allo stato nascente»: così scrive Henri Bergson in Introduzione alla metafisica. Anche Richard Linklater, in Nouvelle Vague, sembra voler restituire questa «mobilità discontinua» della realtà attraverso il cinema.
In una delle sequenze di Nouvelle Vague, Linklater filma il battibecco tra Jean-Luc Godard e Suzon Faye a proposito di un oggetto di scena: una tazzina. Secondo la donna, la sua presenza contribuirebbe a conferire continuità al film; una continuità che Godard rifiuta, poiché, a suo avviso, la realtà stessa, nel suo continuo fluire, non è ordinata e stabile, ed è quello che il cinema dovrebbe cogliere.
Richard Linklater costruisce il suo film come il controcampo di una delle opere più seminali della Nouvelle Vague, Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle) di Jean-Luc Godard. Così ogni azione, ogni gesto, ogni incontro, ogni sguardo sembra essere il pre-testo di una rappresentazione a venire. Richard Linklater filma la realizzazione di Fino all’ultimo respiro non come un evento concluso, ma come qualcosa in continuo divenire. Dopotutto, come ha scritto André Bazin, «Il cinema non è ancora stato inventato!». Insistendo sul suo film come controcampo del primo capolavoro di Godard, Linklater restituisce ai fatti di ieri l’aura della sorpresa. Così riconsegna alla realtà cinematografica la sua energia cinetica e la sua natura temporale.
Viene allora in mente la riflessione dello stesso Godard sull’aneddoto, attribuito ai fratelli Lumière, secondo cui il cinema sarebbe «un’invenzione senza futuro». Un’affermazione che Godard rovescia nella/nelle sua/sue Histoire(s) du cinéma, sostenendo che i fratelli Lumière furono fraintesi: il cinema è piuttosto un’arte del presente, sempre contemporanea a sé stessa. È proprio questa dimensione del presente che Richard Linklater riesce a restituirci nel suo film: una temporalità in cui il racconto del passato si fa davanti ai nostri occhi. Nouvelle Vague ci rende, oggi, partecipi dello spirito d’avventura e della fragilità di allora, materializzando il rischio e la contingenza della creatività che animava quegli anni – come dovrebbe essere, sempre -, della «ricerca dell’inaspettato», come dice lo stesso Godard nel film.
«Forziamo la pellicola a dare il massimo. Facciamole fare ciò per cui non è fatta. Anch’essa può soffrire perché viene sfruttata oltre le sue possibilità. Mi piace questa idea che anche il film sia all’ultimo respiro», così Godard al suo operatore Raoul Coutard, mentre Richard Linklater e il suo direttore della fotografia, David Chambille, li fanno rivivere nel bianco e nero della luce di un mattino parigino, in un meraviglioso – e fino all’ultimo respiro – ritorno al futuro.

