Filmare gli uragani
di Edoardo Mariani
La foresta è viva. Può morire solo se i Bianchi si ostinano a distruggerla. Se ci
riescono, i fiumi scompariranno sotto la terra, il suolo diventerà friabile, gli
alberi rinsecchiranno e le pietre si spaccheranno per il calore. La terra inaridita
diventerà vuota e silenziosa.1
Dal lontano ottobre 2022 ho stretto un particolare, personale e misterioso
rapporto con il Brasile. Per una strana quanto magica serie di convergenze mi
sono ritrovato a lavorare sull’emigrazione italiana in Brasile, inizialmente su
richiesta dell’Ambasciata del Brasile di Roma, e successivamente, volendo
scendere più in profondità, per conto mio.
Insieme con Sabrina Scansani – anche lei tra le cose che ci accomunano
redattrice di Filmcritica – abbiamo cominciato dal gennaio 2026 un processo di
“germogliazione” dell’idea, permettendo quindi l’incontro (che ci stiamo
preparando a girare) nelle remote terre della bassa Foresta Amazzonica, tra un
popolo indigeno e un giovane uomo bianco, migrante clandestino, partito da
Venezia un giovedì e perso in Brasile sin dal 1888.
Diverse sono state le opere letterarie dalle quali ci siamo lasciati guidare durante
questi ultimi mesi di scrittura: Tristes tropiques (Lévi-Strauss), A queda do céu
(Kopenawa, Albert), La vana fuga dagli dei (Hillman), La conquista dell’inutile
(Herzog), Futuro Ancestrale (Krenak), La nazione delle piante (Mancuso),
Sull’Oceano (De Amicis)… Ma per quanto si cerchi di studiare, di prepararsi,
non si è mai pronti per incontrare l’immensità di una terra del sud del mondo,
dove nascono e resistono quelle che Boaventura de Sousa Santos chiama
“epistemologie del Sud”. «Concepisco le epistemologie del Sud come un vasto
e diversificato campo di ricerche che mette in discussione le correnti epistemologiche, teoriche e analitiche che hanno dominato a livello globale negli ultimi trecento anni, e che chiamiamo epistemologie del Nord»2.
Studiando, mi sono ricordato poi di quando Julio Bressane, durante la Mostra
del Nuovo Cinema di Pesaro dell’estate del 2024, dibattendo con Roberto
Turigliatto sul suo film di ricerca per una storia del cinema brasiliano (titolo),
disse che il passaggio di Orson Welles in Brasile mostrò ai Brasiliani il loro
paese, le loro lotte, le loro tradizioni riprese nell’estetica hollywoodiana, e che
questo diede in qualche modo il la per quello che sarebbe poi stato il Cinema
Novo, il suo Cinema Marginal e così via…
Due anni dopo, ripenso a quel viaggio di Welles in Brasile, e inizio a trovare
diverse similitudini con le distanze che anche io, in preparazione delle riprese di
questo film-avventura, sto cercando di calibrare insieme alle persone che
incontreremo, una volta che saremo lì in quelle Terre.
«Alcune storie raccontano che all’inizio era il Verbo, altre che all’inizio era la foglia»3.
Questione di punti di vista
La storia del progetto incompiuto It’s all true di Orson Welles nasconde in sé
l’essenza di una ricerca cinematografica industriale che si perde
sintomaticamente nella purezza dell’umanità, che forse, giorno dopo giorno, in
quel momento oscuro sulla Terra che fu l’anno 1941, Welles stava trovando, o
forse stava soltanto cercando, tra le persone e i luoghi del Brasile.
Welles, il giovanissimo regista di successo che aveva sconvolto la Storia del
cinema con Citizen Kane, fu inviato dalla sua major RKO in Brasile come
emissario alleato con l’obiettivo di defascistizzare il confusissimo dittatore Getulio Vargas. Il 1941 è l’anno in cui Roosevelt e Churchill firmano la Carta Atlantica, e in cui l’aviazione giapponese attacca Pearl Harbour in dicembre e la guerra diventa ufficialmente mondiale.
Sono diversi i miti intorno a questo leggendario viaggio di Welles, che cominciò
a girare in Messico partendo da una sceneggiatura di Robert J. Flaherty, si perse
nel carnevale di Rio, e finì per fare un patto di sangue con un Pai de santo del
candomblé. Come in una ascesa spirituale dell’artista, il progetto di ricerca
libera del film si ferma quando dalla RKO gli tolgono tutto, probabilmente
proprio a causa dell’idea di Welles di raccontare danze, riti spirituali e incontri
magici come vere e proprie forme d’arte. Il suo vagare filmico, ritrovato in un
deposito soltanto negli anni ‘80. Richard Wilson, Bill Krohn e Myron Meisel
nel 1993 hanno rimontato questo materiale, raccontando le vicende politiche e
immaginando quelle spirituali. Il film racconta la storia di un uomo che non
avendo più nessun aiuto, fu obbligato ad adattarsi alle circostanze, e inventò una
sorta di stile basato sulla costruzione di buche per il cameraman o di piattaforme
per filmare il popolo brasiliano dal basso, stagliando i volti sul cielo e sulle
palme, sui tetti degli alberi giganti.
Julio Bressane e Rogerio Sganzerla lavoreranno tanto sul loro Brasile, sulla loro
Rio, sul loro cinema selvaggio e libero, seguendo anche questa particolare
spinta energetica che trasuda in tutto il Brasile. La Pedra do Leme, sormonta e
divide in due la costa di Rio de Janeiro, e Bressane la definisce come una pala
del timone di una nave, come se quello che vive in superficie sia solamente un
ribollire di ciò che avviene da millenni nelle profondità del Mare e della Terra.
Sganzerla ha dedicato una trilogia al viaggio di Welles, e questa pietra, in Tudo
é Brasil e tutto l’Oceano, si vedono e si rivedono sorvolati da un aereo, da una
vista magnifica, ma che pensando a quelle profondità, da lassù si rischia di
restare completamente abbagliati, e di non vedere quell’immensità che forse,
Welles era riuscito ad incontrare sul suo percorso.
Più o meno negli stessi anni in cui vengono ritrovate le poche pizze di pellicole
sviluppate di quel cine-viaggio wellesiano, Werner Herzog si ritrova al confine
tra Perù e Ecuador dove stringe un accordo politico con diverse comunità
indigene: i popoli indigeni che vivono nei dintorni di Iquitos reciteranno nel suo
film, e in cambio il regista dovrà portare la loro testimonianza fuori dalla
foresta, il più lontano possibile, così che si cominci a parlare di loro. Erano i
primi moti rivoluzionari organizzati contro i disboscamenti dei grandi
coltivatori e dell’invasione dei cercatori d’oro…Fitzcarraldo nasce da una
visione, ma diventa presto anche uno strano strumento con cui Herzog,
seguendo soltanto questa sua impresa cinematografica, finisce per mettere in
pericolo l’incolumità di tutti, indigeni, tedeschi, statunitensi e perfino Claudia
Cardinale. «Non attaccheremo i militari, o gli estrattori di petrolio, siamo troppo
piccoli, siamo tra i perdenti…»4, dice Herzog tra sé e sé, «se abbandonassi
questo progetto sarei un uomo senza sogni e non potrei più vivere».
La recitazione dei tanti indigeni che hanno partecipato al film, si oppone
completamente a qualsiasi possibile rappresentazione etnografica della loro
cultura, ma vengono in qualche modo montati nel film come comparse speciali,
con la funzione di accompagnare la narrazione della follia dell’uomo che voleva
portare Caruso nella Foresta Amazzonica. «Io non voglio vivere in un mondo in
cui non ci sono più i leoni, o in un mondo in cui non ci sono più persone come i
leoni». Cercando di immaginare come far convivere i due gruppi di persone sul
set di Fitzcarraldo, Herzog ha lasciato che le culture e i popoli non si
mescolassero: gli europei/bianchi con il loro cibo, i loro passatempi e i loro
punti di vista; e gli indigeni, che pur venendo da diverse comunità della foresta,
si scambiavano i loro saperi, senza volersi mescolare con quelli dei tecnici della
troupe. Gli indigeni guadagnavano qualche soldo lavorando per il film, ma tutta
la loro partecipazione era legata alla promessa di Herzog e della sua produzione che quei territori, che erano nel mirino di diverse imprese e prossimi obiettivi da distruggere, sarebbero rimasti a loro.
La foresta più volte durante le lavorazioni vince contro la tecnologia.
Fitzcarraldo resta una delle prove cinematografiche più folli mai messe in atto,
e Herzog «se esiste un dio, era arrabbiato quando ha creato questo posto. E una
terra ancora incompleta… e dobbiamo restare immobili davanti a questa
overwhelming misery, overwhelming fornication, anche overwhelming lack of
order e qui vediamo che non esiste nessuna armonia nell’universo, nessuna
armonia per come la concepiamo noi».

Oggi, passando prima da It’s all true nel 1942, e poi da Fitzcarraldo nel 1982,
la grande ondata di evangelizzazione delle aree amazzoniche è inarrestabile, e i
gruppi evangelici e neo-pentecostali in continua crescita in Brasile e in tutto il
Sud America alimentano anche un pensiero fortemente conservatore che non
facilita il tramandarsi dei culti spirituali indigeni, né tanto meno quelli di origine
africana. Inoltre i cercatori d’oro stanno conquistando i fiumi, costruendo queste
muraglie raccoglitrici soprannominate in modo quasi leggendario Dragonfly…
Ottant’anni dopo, le foreste, i fiumi, la Terra e le resistenze dei popoli che le
vivono tentano ancora di raccontarsi attraverso il mezzo del cinema: A queda do
céu. Il film di Gabriela Carneiro da Cunha e Eryk Rocha prende il titolo dal
libro conversazione di Davi Kopenawa e Bruce Albert del 2010, un testo che
oggi viene riconosciuto come “la Bibbia indigena”. Questo manifesto racconta
la visione e l’apertura con cui tutti i culti amazzonici osservano, vivono e
sognano il nostro mondo, e nelle oltre mille pagine che compongono il libro
sono uno dei primi esempi di una ricerca antropologica al contrario, dove lo
sciamano esprime direttamente la sua rabbia più profonda verso il capitalismo,
analizzando quindi il funzionamento delle nostre società dal punto di vista di
una cosmologia completamente diversa.
Le loro gambe sono infuocate, avanzano nel calore della Terra, come radicati,
l’incedere degli Yanomami non sembra umano, è il caso di dire, già dal primo
piano sequenza, cinque, sei, sette minuti, ci rendiamo conto di essere davanti
alla forza della natura. Quell’umanità-leone, di cui parlava Herzog, quel ritmo-
uragano, che andava cercando Welles, è forse qui, in questo momento siamo
come spettatori-raggi di sole: raggiungiamo la pelle, i capelli, le banane, gli
sguardi di questo popolo che vive radicato e che si tramanda di generazione in
generazione l’idea di un mondo libero, di eguaglianza con la natura e di
collettività. Gli Yanomami sono oggi circa 45.000, e vivono ogni giorno senza
distinguere la realtà dal mondo spirituale.
Poi ti accorgi che anche lì, durante i preparativi per un rituale, due amici si
parlano del più e del meno, di che cosa stanno arrostendo sulla brace “ho sentito
dire anche il pesce gatto” e di che tempo farà domani. Perché dopo tutto,
viviamo sullo stesso pianeta, con quelli che hanno voglia di distruzione, che si
svegliano con questo intento ogni giorno, e con quelli che invece ancora
osservano la luna salutare il sole, le stelle riempire il cielo, e fare spazio alle
nuvole. Siamo tanti, sempre di più, sempre più divisi tra quelli che guardano il
cielo, e quelli che trivellano, bombardano, sradicano, inquinano, impiantano,
trapiantano, espropriano, estinguono la Terra Madre nostra, di tutti e tutte noi,
con le nostre culture, le nostre parole nelle nostre lingue. Il sentimento che ci
spinge a gridare sempre più forte FERMATEVI! Tornate indietro! Andate via
subito! per quanto possano essere lontane le nostre espressioni linguistiche, è lo
stesso. Lasciateci guardare il cielo senza avere paura di perdere la Terra sotto i
nostri piedi. «I sogni ci portano in luoghi lontani. Noi voliamo attraverso i
sogni», dice Davi Kopenawa, «le farete sentire le nostre parole agli altri
bianchi?»
Nel 1956, dall’altra parte del pianeta, Roberto Rossellini stava viaggiando,
insieme all’amico cinematographer Aldo Tonti. Quel viaggio di ricerca gli permise di riunire proprio il suo spirito alla sua visione della realtà filmandola.
Il terzo episodio di India Matri Bhumi racconta la storia di un anziano contadino
che cerca di proteggere una tigre ferita dagli aghi di un istrice. Se la tigre si era
ritrovata lontana dal suo habitat naturale, nel posto sbagliato al momento
sbagliato, era a causa dell’arrivo dei cercatori di ferro, che distruggevano la
giungla e allontanavano gli animali dai loro ecosistemi geografici e biologici, la
stessa sorte che stava vivendo l’Uomo, che vedeva scomparire la sua vita
contemplativa, statica e silenziosa.
Nel numero 94 dei Cahiers du cinéma, Rossellini disse in un’intervista:
«Un uomo deve cercare di avvicinarsi agli altri con oggettività e rispetto… Cose,
uomini e animali devono poter parlare di ciò che realmente sono. Quando mostri
un albero, deve parlarti della sua bellezza come albero. Gli uomini e gli animali
allo stesso modo. Una tigre, un elefante o una scimmia sono interessanti tanto
quanto un gangster o una gran signora».
- Davi Kopenawa, La caduta del cielo, in Caduta del cielo. Parole di uno sciamano yanomami, Davi Kopenawa e Bruce Albert, Nottetempo, Milano, 2010. ↩︎
- Boaventura de Sousa Santos, Decolonizzare la storia, oltre capitalismo, colonialismo e patriarcato,
Castelvecchi, Roma, 2023, p. 8. ↩︎ - A. Krenak, Cartografie per dopo la fine, in Futuro ancestrale, Nero, Roma, 2022, p. 43. ↩︎
- Tutte le citazioni che seguono provengono dal documentario Burden of Dreams di Les Blank del 1982. ↩︎
