Ricordo di Ettore Scola
Ricorre quest’anno il decimo anniversario della morte di Ettore Scola, avvenuta il 19 gennaio 2016.
In suo omaggio l’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma, sua città di adozione, ha organizzato presso il Museo di Roma Palazzo Braschi una mostra a lui dedicata a cura della figlia Silvia Scola e Alessandro Nicosia per la COR (Creare Organizzare Realizzare) con la collaborazione di Marco Scola Di Mambro e Federica Nicosia, un’esposizione bella ed elegante, dal suggestivo titolo: Non ci siamo mai lasciati, a rimarcare sia la relazione familiare tra il cineasta e gli ideatori che l’idea di eternità insita in quest’arte che non lascia mai soli chiunque si fa coinvolgere. (v.g.)
Anche Filmcritica vuole farlo pubblicando qui di seguito un ricordo di Vittorio Giacci, autore del volume Ettore Scola. L’ultimo enciclopedista (Bulzoni Editore, Roma, 2023), a cui è stato assegnato il Premio Scola 2024 e l’articolo di Edoardo Bruno sul film Concorrenza sleale in Filmcritica n 514, aprile 2001.
L’INCONTRO

Se penso ai Festival di Cannes, Venezia, Rimini, Viareggio, Bari o di Annecy di cui era Presidente e a tutte le volte che ha girato i suoi film a Cinecittà, oppure alle riunioni ed alle discussioni dove si dibatteva di cinema, direi che Ettore Scola è tra i cineasti che più ho frequentato.
Avevo imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo già da giovane spettatore, a Milano, quando non perdevo nessuno dei suoi film, proiettati in sale sempre gremite di pubblico, e mi faceva pensare divertendomi, da vero Maestro della più autentica e consapevole commedia italiana da lui rinnovata e riqualificata.
Sì, perché Scola sapeva fondere sapientemente il suo forte impegno sociale e politico con le leggi dello spettacolo, di quella comicità squisitamente italiana che aveva appreso nella sua attività di vignettista e di sceneggiatore.
Quando ho avuto la possibilità di conoscerlo, mi sono trovato di fronte a una persona sicuramente diversa da come me l’ero immaginata; schiva, riservata, di poche e soppesate parole. Non amava parlare molto di sé ma sono riuscito a incuriosirlo quando gli dissi che avevo molto apprezzato Ballando Ballando e La più bella serata della mia vita, due opere relativamente trascurate dalla critica.
Si apriva e diventava inaspettatamente loquace invece se si trattava dei suoi attori e collaboratori. Ho provato diverse volte a strappargli qualche intervista ma poi, per una ragione o per l’altra, non se ne è fatto mai nulla mentre me la concesse subito per un mio documentario su Pasqualino De Santis La luce al lavoro, suo direttore della fotografia. In quell’occasione fu molto disponibile soffermandosi su Una giornata particolare, attribuendo, con una generosità che gli fa onore, il lavoro di sottrazione del colore che contraddistingue questa pellicola, ai suoi collaboratori, per l’appunto il direttore della fotografia Pasqualino De Santis, parlando sempre al plurale, per indicare una relazione di lavoro totalmente collegiale e paritaria.
Era altrettanto generoso verso il suo staff tecnico e artistico quando lo andavo a trovare sul set. Era felice di presentarmi tutti coloro che in quel momento, stavano lavorando con lui, dagli attori al direttore della fotografia al suo scenografo di fiducia Luciano Ricceri.
Abituato alla presenza debordante di un Fellini o a quella pesante e nervosa di un Ferreri, sembrava di stare in un ambiente familiare, sereno, dove il rispetto di ogni ruolo si trasformava, il che non sempre avviene, in qualità di cinema e in qualità di vita.
Era molto stimato ed amato in Francia, forse ancor più che in Italia, la critica gli era favorevole ed il ministro della Cultura dell’epoca Jack Lang gli aveva attribuito la prestigiosa “Legion des Arts et des Lettres”. Nel 1987 venne presentato al Festival di Cannes (l’anno successivo ne sarebbe stato Presidente della giuria) La famiglia di cui il cinema pubblico curò l’evento nell’ambito della propria presenza istituzionale. Il film fu accolto molto positivamente, ma senza premi, e per festeggiare andammo a cena dal ristorante più frequentato da autori e critici, “La Mère Besson”.
Al tavolo, oltre ad Ettore ed alla moglie Gigliola, vi erano, tra gli altri, Lino Miccichè, critico de “L’Avanti!” e direttore del Festival di Pesaro, e Bruno Torri, dirigente dell’Ente Cinema. Contraddicendo vistosamente alle caratteristiche del suo carattere, Ettore esibì, anche di persona, quella vena comica che contraddistingueva il suo cinema, ironizzando un po’ su tutti. Fu una serata piacevole e leggera come troppo poco spesso, purtroppo, accade.
Una volta mi donò un disegno che conservo tra le cose care, qui sotto riportato, in ricordo di un cineasta che non solo ci ha lasciato una straordinaria filmografia ma che si è speso fino alla fine per il Cinema Italiano, soprattutto perché potesse disporre di una buona legge e contare anche su un intervento pubblico che ne garantisse indipendenza, creatività e qualità.

