I migliori film del 2025
Luigi Abiusi
Sirat di Oliver Laxe
Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
Oh Canada di Paul Schrader
Hiedra di Ana Cristina Barragán
Pomeriggi di solitudine di Albert Serra
Generazione romantica di Jia Zhangke
Strange river di Jaume Claret Muxart
Bird di Andrea Arnold
Fuori di Mario Martone
Presence di Steven Soderbergh
Massimo Causo
Dry Leaf di Alexandre Koberidze
Filmlovers! di Arnaud Desplechin
Pomeriggi di solitudine di Albert Serra
Here di Robert Zemeckis
Presence di Steven Soderbergh
La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania
Generazione romantica di Jia Zhangke
A House of Dynamite di Kathryn Bigelow
Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
Frankenstein di Guillermo del Toro
Dieci film che raccontano la smaterializzazione del luogo e la materializzazione dell’assenza: gioco teorico magnifico di un cinema ormai consapevole dell’ipotesi che l’esserci, il qui e ora, è una realtà tanto più vera quanto meno risponde alla logica del reale.
Daniele Dottorini
A volte il gioco dei dieci film non è un semplice elenco, ma un modo per scoprire legami segreti, fili che legano tra loro immagini di film diversissimi. Come in una delle città calviniane in cui le case erano collegate da fili colorati che svelavano i rapporti tra gli abitanti della città.
Quest’anno sono molti i legami, i fili colorati che scorrono tra le immagini. Tutto si apre con Generazione romantica di Jia Zhang-ke (orribile titolo italiano), film fatto di scarti, nel senso rancieriano, di immagini dei film passati del regista cinese, che scartano dalla loro origine per diventare le immagini di un film sul tempo, del cinema e dei corpi. Molti film hanno lavorato sulla potenza o impotenza del cinema quest’anno, come se la domanda godardiana alla base di Histoire(s) du cinéma risuonasse nelle immagini di molti autori diversi. Che cosa può il cinema politicamente? Cosa può farci vedere altrimenti? In cosa ha fallito? Come può risorgere? Vengono allora in mente due coppie di film, realizzati dagli stessi registi nello stesso anno. Altri film comunicanti, come le case della città di Calvino. Presence e Black Bag di Steven Soderbergh sono film speculari. Da una parte il punto di vista dello spettro che diventa il nostro; dall’altra il punto di vista astratto della scrittura geometrica che è poi il segreto di ogni commedia gelida. Nouvelle vague e Blue Moon di Richard Linklater parlano di cinema e creatività da punti di vista opposti: da una parte l’esplosione euforica della nouvelle vague , la promessa di un cinema da amare; dall’altra la fine della speranza, della creatività, sintetizzata da un unico set dove solo la parola (lucida e sarcastica) rimane. Ecco che la polarità tra movimento e immobilità attraversa l’esperimento unico di Here di Zemeckis, mentre è il cinema, ancora la sua potenza e impotenza umana e politica a legare con fili invisibili Oh, Canada di Schrader e Un film fatto per Bene di Franco Maresco. Il cinema diventa lo spazio per esporsi, per creare attraverso di sé altre immagini, altre realtà. Ecco allora emergere Laguna di Sharunas Bartas e C’est pas moi di Leos Carax, due film poetici e teorici, lirici, potenti e disperatamente vitali. Il gioco del cinema ritorna nel film più cortazariano (in senso cinematografico) dell’anno: Pin de Fartie di Alejo Moguillasky, membro dj quel gruppo folle e geniale che è il Pampero cine. Infine, il gioco rivela la potenza sperimentale della forma classica che va ai limiti di sé stessa, come sempre in James Cameron, e in modo stupefacente in Avatar: fuoco e cenere. I fili continuano ad intrecciarsi in un mondo che sempre più ha bisogno di nuove immagini e nuovi sguardi
Simone Emiliani
A Complete Unknown di James Mangold
Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
Bird di Andrea Arnold
I peccatori di Ryan Coogler
Fuori di Mario Martone
Avatar. Fuoco e cenere di James Cameron
A House of Dynamite di Kathryn Bigelow
Diciannove di Giovanni Tortorici
L’amore che non muore di Gilles Lellouche
Eternity di David Freyne
Serie: The Bear (4° stagione)
Film in streaming: Train Dreams di Clint Bentley
Giovanni Festa
- The Shrouds, D. Cronenberg
- Generazione Romantica, J. Zangke
- Oh Canada, P. Schrader
- Laguna, S. Bartas
- Leibniz, E. Reitz
- Presence / Black Bag, S. Soderbergh
- Scenario, J. L. Godard
- Director’s Diary, A. Sokurov
- Here, R. Zemeckis
- Un film fatto per Bene, F. Maresco
Fuori tempo, perché recuperati solo quest’anno: Broken Rage di T. Kitano e Turn in the wound di A. Ferrara. Non ho visto i Dardenne, A. Serra e W. Herzog, che sarebbero sicuramente nella lista.
Edoardo Mariani
(sono undici e in ordine alfabetico)
Cartas do Absurdo di Gabraz Sanna
Generazione Romantica di Jia Zhangke
L’histoire de “Scénario” di Jean-Luc Godard, Jean-Paul Battaggia, Fabrice Aragno, Nicole Brenez
Il Quieto Vivere di Gianluca Matarrese
Lagūna di Šarūnas Bartas
Magellan di Lav Diaz
Pin de Fartie di Alejo Moguillansky
Presence di Steven Soderbergh
Scenarios di Jean-Luc Godard
Sotto le Nuvole di Gianfranco Rosi
Tardes de soledad di Albert Serra
Andrea Pastor
quasi, per una volta, in ordine di preferenza :
Eddington di Ari Aster
Mission: Impossible- The Final Reckoning di Christopher McQuarrie
After the Hunt di Luca Guadagnino
Oh, Canada di Paul Schrader
Leibniz – Chronicle of a Lost Painting di Edgar Reitz (l’unico, non uscito in sala, che mi permetto, eccezionalmente di inserire in classifica, visto al Filmmaker festival)
Il mio giardino persiano di Maryam Moghaddam, Behtash Sanaeeah
un ex aequo, Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi/No Other Land di Basel Adra, Yuval Abraham, Hamdan Ballal, Rachel Szor
Jeunes Mères di Jean-Pierre et Luc Dardenne
Adolescence di Philip Barantini e Stephen Graham (serial Netflix, ma lo si può definire come un lungo film).
Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch
a bordo campo:
Black Bag di Steven Soderbergh
Il caso Belle Steiner di Benoît Jacquot
Gen_ e Il Quieto vivere di Gianluca Matarrese
Bird di Andrea Arnold
Non ho citato il film di Serra perché l’ho considerato un film del 2024, avendolo visto nell’edizione di Filmmaker di quell’anno nello stilare la classifica, limitata alle sole uscite nelle nostre sale, mi rendo conto di avere privilegiato i film che, più che narrare, sembrano registrare un accadimento, nel suo farsi, l’emergere lento di un sentire differente, e resistente, e questo tanto più, in primis, quando ad essere filmato è un reale insostenibile, il genocidio del popolo palestinese, quello ormai oscurato da quasi tutti i media, ma che non cessa di indignarci, di farci scendere in piazza. Mi riferisco, ovviamente, ai materiali brucianti di No Other Land, ma, ancor più, allo straziante Put Your Soul on Your Hand and Walk, due voci che si parlano a intermittenza, al cellulare, in cam, un dialogo, non ricostruito in studio, ma ‘semplicemente’ mostrato nella sua flagranza, rigorosamente in tempo reale, con annesse, sofferte, interruzioni legate alla fragile, sempre precaria, connessione; continuo a ripensare a quel magnifico film, che purtroppo ha circolato poco, a quel cinema che ci fa ascoltare e vedere, a viva voce e immagine, la ragazza palestinese resistente, che sogna di poter vedere in un futuro il mondo, la stessa che, dopo che con gioia, ansia e trepidazione, abbiamo imparato a conoscere, ed amare, nel corso della proiezione, verremo a scoprire, nelle didascalie finali, essere stata uccisa…vita e morte al limite estremo del lavoro, insomma, decisamente più autentiche della fin troppo elogiata, artefatta (anche se sicuramente in buona fede), malsana, teoricamente e di fatto, operazione legata alla voce di Hind Rajab…
Continuo a ripensare al vero che, sottotraccia, continua a nutrire le parole, le cose, i gesti, le mani, gli sguardi, dell’ultimo Guadagnino, uno dei pochissimi registi italiani che non si compiace, narcisisticamente, del proprio ‘stile’, che non continua a nutrirsi delle proprie ‘cifre stilistiche’, delle proprie, magari sterili, ossessioni, e che non cessa, in ogni suo lavoro, di rilanciare i suoi corpi desideranti, la propria idea di cinema, nel cuore di Hollywood, a costo di insuccessi e fraintendimenti, scarnificando dal di dentro i codici del genere, torcendo i tempi della narrazione, le regole della sceneggiatura classica, mostrando il Dire, sotto una luce opaca, restituendo senso alla Parola, facendo sentire il set come Scena, mai superficiale o traslucida, di un melodramma che non può più permettersi di avere (un) luogo, un cinema che tramite un uso sapiente, rigoroso, ma quanto mai libero, del primo e primissimo piano, e del dettaglio, ridà alle sue stars un Volto, un’ambiguità che segna e impregna il visivo, e il sonoro, rendendole imago.
Così come continuerei a rivedere le schraderiane verità nascoste per una vita intera, quelle che solo la macchina digitale intrusiva degli ex allievi riesce a far nominare, confessare, solo in punto di morte, al professore e regista Richard Gere, dopo che ci si è rispecchiati in uno spettrale, wellesiano, set casalingo, impietoso ed oscuro, teso fino all’inverosimile…
La stessa tensione al vero che feconda tutti gli altri titoli più amati, dalla polifonia del materno dei Dardenne, più ostinatamente rosselliniani che mai, all’ultracorpo Cruise nella missione, più che possibile, di mettere in corto circuito l’intera serie, di far vacillare tutti gli spazi e i tempi di un’azione che sembra pericolosamente sempre più a rischio, una corsa contro il tempo, sospesa tra il battito di ciglia e gli occhi spalancati e socchiusi di Kubrick…quasi la stessa tensione che innerva il più ferocemente disperato film di Ari Aster, il vero film politico dell’anno, quello dove il collasso della civiltà è hitchcockianamente dinamizzato all’interno di una partitura finzionale sempre cangiante, dove l’immagine e il senso sembrano disfarsi e ricostruirsi, di sequenza in sequenza, nei mille quadri nel quadro dei cellulari onnipresenti sullo schermo, non un film sulla pandemia ma un film pandemico, urticante, spigoloso nel suo essere alieno, rispetto alle stesse ritmiche e leggi del cinema americano più autoriale, inafferrabile nel suo continuo celarsi all’interno di spazi aperti, più che mai claustrofobici…
e poi continuo a rivedere e a ripensare a tutti gli altri che ho elencato, quelli su cui devo ancora riflettere, e rivedere, negli anni, forse, a venire …
Bruno Roberti
Visioni Oltre
(quando la materia del film si attaglia al nostro sguardo con una potenza tale da farsi esperienza)
Director’s diary di Alexandr Sokurov
Avatar-Fuoco e cenere di James Cameron
Black Bag + Presence di Steven Soderberg (un dittico)
Hui Jia di Tsai Ming Liang
Kaidan di Masaki Kobayashi
Leibniz di Edgar Reiz
10 in sala e 10 ai festival
(dieci più dieci, in sala e ai festival. Visioni che mettono in questione il set come zona di attrazione e trasformazione, come campo di forza, cerchio magico, spazio di liberazione e di esplorazione, nebulosa fantasmatica, abisso e sovrimpressione del tempo. Set come coincidenza e co-inerenza con lo sguardo/corpo/percezione, bilicare tra le pieghe del dentro e del fuori, degli interni concentrazionari e degli esterni insubordinati, della congettura del passato e della contingenza del presente. Set come corpo a corpo tra presenza e assenza, tra memoria e oblio, tra le profondità della terra e le altezze delle nuvole)
(In sala)
Here di Robert Zemeckis
Oh Canada di Paul Schrader
The Shrouds di David Cronenberg
Fuori di Mario Martone
Un film fatto per Bene di Franco Maresco
Tardas de soledad di Albert Serra
Bird di Andrea Arnold
The life of Chuck di Mike Flanagan
Generazione romantica (Fēngliú yīdài) di Jia Zhangke
Giovani madri di Jean-Pierre e Luc Dardenne
(Ai Festival)
Ghost Elephants di Werner Herzog
Laguna di Sharunas Bartas
Sob a chama da candeia di Gil Mata
L’isola di Andrea di Antonio Capuano
Pin de Fartie di Alejo Mouguillansky
Silent Friend di Ildiko Enyedi
Remake di Ross McElwee
A house of dynamite di Kathryn Bigelow
The voice of Hind Rajab di Kaouther ben Hania
The Souffleur di Gaston Solnicki
Bonus Tracks (in Sala e ai Festival)
No other land di Basel Adra, Hamdan Ballal, Yuval Abraham, Rachel Szor
Late Fame di Kent Jones
Il caso Belle Steiner di Benoit Jacquot
Weapons di Zach Cregger
Zootropolis 2 di Byron Howard e Jared Bush
Gen_ di Gianluca Matarrese
Elvira Notari -Oltre il silenzio di Valerio Cariaci
Grazia di Paola Columba
Etty di Hagai Levi
Father, Mother, Sister, Brother di Jim Jarmusch
Dead man’s wire di Gus Van Sant
Mata Hari di Joe Beshenkovsky e James A. Smith
Ateshinaki Scarlet di Mamoru Hosoda
Ri gua zhong tian di Cai Shangjun
Francesco Scognamiglio
Presence di Steven Soderbergh
The Voice of Hind Rajab di Kaouther Ben Hania
Director’s Diary di Aleksandr Sokurov
Young Mothers di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne
A Complete Unknown di James Mangold
Laguna di Šarūnas Bartas
Bird di Andrea Arnolds
Generazione Romantica di Jia Zhangke
